Fin dai suoi primi anni, manifestò ardentissimo il desiderio di dedicarsi allo studio della musica, per cui, dopo i primi avviamenti musicali ricevuti in Bitonto da maestri locali, appena undicenne si recò in Napoli ed, ammesso nel Conservatorio di S. Maria di Loreto, ebbe a maestri il Durante ed il Leo.

Nel 1750 sulle scene del S. Carlo in Napoli, espose al giudizio del pubblico il suo «Farnace», ottenendo, insieme al battesimo dell’artista, il più clamoroso e lusinghiero successo. E così nel campo dell’arte cominciarono i suoi trionfi.

Gli fu subito commessa la composizione di altre sei opere, tra serie e buffe, e pel teatro «Alberti» di Roma scrisse l’«Ezio» che rappresentato nel 1754 e che considerato uno dei suoi migliori lavori, lo rese sommo. Indi scrisse altre opere come «Le nozze contrastate» ed il «Buovo d’Antona» rappresentato nel 1756 a Firenze. Ed allora tutta Italia ebbe vaghezza di gustare i componimenti del Traetta, e Venezia, Genova, Torino se lo disputarono.

Più fortunata di queste città fu Parma, dove verso il 1758 il Traetta, chiamatovi dal Duca regnante, si ebbe oltre a lauti emolumenti, il titolo di Maestro di Cappella della Corte Ducale e l’incarico d’insegnare il canto alle duchessine della famiglia ducale.

Dimorando a Parma diede alle scene parecchie altre opere, tra cui nel 1759 l’«Ippolita ed Aricia», che fu ripetuta nel 1765 in occasione delle nozze dell’Infanta di Parma con il Principe delle Asturie. Il suo nome ormai era diventato mondiale.

Venne chiamato a Venezia a dirigere il Conservatorio dell’Ospedaletto; qui vi rimase sino al 1768, epoca in cui Caterina II di Russia lo chiamò a Pietroburgo nella sua corte a sostituire il Galluppi. A Pietroburgo stette per sette anni e con le opere «Isola disabitata» nel 1769, «l’Olimpiade» nel 1770 e «l’Antigone» nel 1772 si guadagnò l’entusiastica ammirazione della Zarina.

Nel 1775, ottenuto a stento il congedo dalla Corte di Pietroburgo, il Traetta passò a Londra. Qui presentò al giudizio del pubblico londinese il suo «Germondo», ma ne riportò fredde accoglienze. Allora egli ritenendosi ingiustamente giudicato, abbandonò le nebbiose sponde del Tamigi e se ne tornò in Italia. Napoli e Venezia udirono ancora una volta le ultime note del cigno bitontino, che fu un precursore del Gluck, dotato del più gran genio drammatico, per cui molti critici lo additano come il vero riformatore dcl melodramma moderno. La sua potenza creativa e produttiva fu oltremodo feconda.

Egli morì il 6 aprile 1779 in Venezia e fu sepolto nella Chiesa di S. Maria Assunta, annessa all’attuale Casa di Ricovero detta Ospedaletto.

[tratto da G. Pastoressa “Brevi cenni sugli illustri bitontini”, editrice «da Bitonto», 2000]